Questo bacio vada al mondo intero, Colum McCann

Di questo libro appena terminato di leggere mi aveva affascinato il titolo, sia nella sua traduzione italiana, sia nell’originale Let the Great World Spin.

Non so perché, forse mi è sembrato un messaggio incoraggiante: ci ho letto della luce, della speranza e, così, ho iniziato ad avventurarmi in questa storia grazie al fascino di una manciata di parole del titolo.

Questo libro di Colum McCann è fatto di diverse storie.

Di diversi personaggi che si incontrano nei modi più impensabili e raccontano una storia che sa coinvolgere ed appassionare. Dove il filo conduttore è quello teso tra le Torri Gemelle e attraversato da Philippe Petit, il funambolo francese che osò l’impossibile.

Siamo a New York e l’anno è il 1974 e, in un giorno di estate, la Grande Mela venne incantata da una passeggiata nel vuoto di un piccolo francese.

Fermando la frenesia e catalizzando l’attenzione.

E anche le storie di Corrigan, Tillie, Claire e di tutti i personaggi di questo libro ne vengono coinvolti mentre stanno facendo i conti con le loro vite.

Con morti, perdite, incidenti ma sempre con una grande fiducia. Con una voglia di non arrendersi.

Per me è stato un libro delicato, intenso e attento.

Non sono un’amante dei libri che raccontano della storia degli Stati Uniti: non ho mai avuto questa passione per il sogno americano. Adoro l’Europa, il freddo del Nord del mondo. L’America mi ha sempre lasciato molto indifferente.

Probabilmente se non mi fossi fermata al titolo, se avessi cercato altre recensioni, non avrei scelto questo libro ed è per questo che sono contenta di essermi affidata all’istinto.

Perché, se avessi seguito i miei preconcetti, avrei perso una piacevole lettura.

 

Ciò che accade allora fu che, per un istante, non accadde quasi nulla. Lui non era nemmeno lì. La possibilità di fallire non lo sfiorò neppure. Si sentì galleggiare. Avrebbe potuto anche essere nel prato. Il corpo si sciolse, prendendo la forma del vento. Il gioco della spalla istruiva la gamba. La gola placava il tallone e ammorbidiva i legamenti alla caviglia. Un tocco della lingua contro un dente e la coscia si rilassava. Il gomito fraternizzava con il ginocchio. Una tensione del collo correggeva l’anca. E il centro: il centro che non si muoveva mai. Il ventre come un recipiente pieno d’acqua. In caso di errore, il recipiente si sarebbe raddrizzato da solo. Saggiò la curvatura del cavo con l’arco del piede e poi con la pianta. Un secondo passo, un terzo. Oltrepassò il primo tirante. Il corpo in perfetta sincronia.

In una manciata di secondi fu purezza in movimento e ogni cosa divenne possibile. Era al tempo stesso dentro e fuori il proprio corpo, abbandonato all’aria e a quanto ciò significava: niente futuro, niente passato, e questo conferiva alla sua camminata una sfacciata disinvoltura. Trasportava la propria vita da un cavo all’altro. In attesa dell’attimo in cui avrebbe smarrito perfino la coscienza del respiro.

La bellezza, come sola, intima ragione. Camminare era un diletto divino. Lassù nell’aria tutto fu riscritto. Nuove cose diventavano possibili con la forma umana. Ben oltre le leggi dell’equilibrio.

Per un istante si sentì non creato. Immerso in un nuovo risveglio.

Giulia

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