Sulla nostra pelle

Il 18 ottobre del 2009 compivo ventitré anni.

 

Tra esami universitari, un fidanzato che non mi capiva e che qualche anno dopo, finalmente, avrei lasciato.
Se penso alla ragazza che ero, faccio difficoltà a credere che siamo la stessa persona. Così diverse. Diversi sogni e diverse consapevolezze.
A ventitré anni facevo molti errori. Errori che mi sono serviti a trovare la mia strada. A capire come volevo diventare e cosa non avrei mai e poi mai più voluto.
E adesso, ad una manciata di giorni dai trentadue anni, ho imparato molto.
Ho molte cicatrici che mi hanno insegnato fino a quando sono disposta a scendere a compromessi.
Insomma, dai miei sbagli ho imparato. E ringrazio le scelte infelici che mi hanno portato a momenti emozionanti e felici.

 

Il 18 ottobre del 2009 compivo ventitré anni e Stefano Cucchi stava vivendo i suoi ultimi giorni di vita con un calvario iniziato tre giorni prima.

 

Ho aspettato il 12 settembre con impazienza. Volevo vederlo. E ho dovuto guardare “Sulla mia pelle” due volte, a distanza di tempo, per capire cosa scatenasse dentro me questa storia.

 

Premetto subito un pensiero: non sono qui per difendere qualche tesi o per convincere qualcuno a pensarla come me.
Penso solo che ci siano dei film che raccontano delle storie importanti. Che devono essere visti perché tutti devono sapere come sono andate le cose.

 

Guardando Sulla mia pelle sarete già consapevoli che Stefano non uscirà vivo dalla prigione, con Diaz che quei ragazzi non avranno scampo e che, sì, finiranno nel carcere di Bolzaneto, con Romanzo di una strage che Giuseppe Pinelli “cadrà” dalla finestra della Questura e che il Commissario Luigi Calabresi verrà tradito e strumentalizzato dallo stesso Stato che ha passato la vita a servire.
E potrei andare avanti per ore.

 

L’importante non è che la pensiate come me, io non sono nessuno per condizionarvi.
L’importante è che vi facciate una vostra idea. Perché ci sono tutti i mezzi per potersi documentare.

 

Sulla mia pelle è un film onesto, duro e sincero. Impegnativo e devastante.
Ma racconta una storia vera. Senza fronzoli.
Dopo aver visto questo film, ho pianto fino a farmi venire mal di testa. Ero arrabbiata.
Durante quei sette giorni di inferno Stefano aveva talmente paura da non confidarsi con nessuno su cosa gli era successo per essersi ridotto così.
La giustificazione era sempre “So’ cascato dalle scale”.

 

Noi dobbiamo far sentire la nostra voce. Che sia per chiedere scusa quando sbagliamo o per farci rispettare quando veniamo attaccati. Sempre. Si parte dalle piccole cose per cambiare atteggiamento.
Lo dobbiamo a Stefano. E lo dobbiamo, soprattutto, a noi stessi.

 

Giulia

Ti potrebbe interessare

Lascia un commento